\\ L'ARIA, IL PANE, IL SOGNO

È un disco differente, che parla di persone, più ricercato e con sonorità più contemporanee, in cui si mischiano stili diversi per raccontare storie diverse: dalla canzone d'autore al reggae, dal rock al blues; dall'orchestra al ritmo latino, fino alle parole su un tappeto jazz.

Le persone.

In questo album il filo conduttore sono le persone con le loro storie: anziani, giovani, homeless, stranieri, donne, malati. Con vicende tra loro diverse e spesso dure, distanti ma umanissime, specchio del vivere nel nostro tempo. Sono anche momenti per sognare mondi e parole di cui abbiamo bisogno e rilassarsi sulle note di un blues. Sono ritratti quotidiani di vita intorno a noi.
È un lavoro sviluppato da oltre venti musicisti genovesi, nella scia della canzone d'autore in riva al mare. Ogni brano ha una sua impronta, sta a chi ascolta trarne un valore, una critica o semplicemente un piacere.
 
Le canzoni.

“Issufo’s theme”. Il disco si apre con una breve ouverture di violini sul tema di una delle tracce contenute nel disco. È un po’ come predisporre l'animo all'ascolto, alla riflessione sui brani successivi.

"Jerusalem". Descrive un viaggio nella città più importante del mondo in cui convivono persone in un assurdo conflitto.

"Prima che inciampi la luce". Un bel rock girato tra le luci sporche di un locale dove c’è la preda e i suoi predatori, con i loro ritmi e illusioni di vita.

"Giamin".Quattro storie diverse in quattro angoli del mondo dove il comune denominatore è la fatica di tirare avanti ma anche la fortuna di poter vivere e scegliere.

"L'aria, il pane, il sogno". È il brano che titola l'album in cui sognare è descritto come un bisogno primario, al pari del pane e dell'aria. Oggi scarseggiano i sogni e la società è più persa nell’effimero del consumismo e nell’astio della contrapposizione.

"Issufo". Riassume la storia vera di Issufo Potina, mozambicano risorto dall'AIDS grazie ai farmaci liberi e alle cure del programma DREAM promosso dalla Comunità di Sant'Egidio.

“Oltre il muro”. Il pensiero va a una persona che non c’è più, con un magnifico e lungo assolo della chitarra di Andrea Maddalone.

“Ogni volta che rimani”. Alisia, ospite dell’album, interpreta magnificamente una canzone d’amore dedicata a Nadia, come fosse dipinta dal pennello degli impressionisti.

“Il cielo di Angelina”. È quello di un’anziana signora che della sua casa conserva le chiavi ma è tra le mura estranee di un ospizio.

“Ci sto una cifra dentro”. È come un filmato amatoriale, girato per strada osservando i giovani figli d’Italia.

“Testa di Lupo”. Il ricordo di Bàbu, clochard nepalese che muore nei pressi del teatro Carlo Felice di Genova pochi giorni prima di Natale del 2008.

“Ritrovarsi”. Unico pezzo datato che ripropone il mondo, gli amici e le ragazze con gli occhi di un giovane negli anni ’80.

“Blùs”. Un trascinante omaggio a questo genere di musica con un testo che strizza l’occhio a Fred Buscaglione.

“Domani”. Parole recitate su un tappeto musicale curato da Marco Tindiglia, jazzista genovese di livello internazionale. Parole per un ragazzo di oggi, perché la vita è bella, è passione, è lotta, è un mondo da avere nel cuore, sono cose da imparare, è memoria da coltivare.

L’aria, il pane, il sogno.
Produzione esecutiva: Il Mite e la Terra
Produzione artistica: Gianluca Polizzi per Fabbrica Musicale Records
Recording: Sandro Ferrini e Gianluca Polizzi presso Fabbrica Musicale Records
Missaggio: Sandro Ferrini presso KIWI Studio (Livorno)
Mastering: Alessandro Vanara (Torino)
Progetto Grafico: Markab Inside (Torino)
Finito di registrare a Genova nell’estate 2010

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Gianluca Polizzi, Andrea Maddalone, Marco Morini, Marco Tindiglia, Daniele PInceti, Alfredo Vandresi, Maurizio Renda, Giampiero e Gabriele Esposito, Marco Principato, Andrea Stofler, Roberto Bongianino, Alisia, Esmeralda Sciascia, Marco Mascia, Roberto Mazzola, Laura Silitti, Elena Aiello, Daniele Guerci, Kim Schiffo. Oltre naturalmente a Sandro Secchi, Walter Romagnoli e Bruno Vitali.

DREAM, acronimo di Drug Resource Enhancement against AIDS and Malnutrition, è un programma ad approccio globale per curare l’AIDS in Africa avviato nel febbraio 2002 dalla Comunità di Sant’Egidio.



CANZONI IN BOTTIGLIA

Estratto della recensione di Paolo Battifora su “Il Secolo XIX” dell’8 febbraio 2007.

(…) Cresciuti a pane e cantautori, sorta di Crosby, Still e Nash polceveraschi (Young deve essersi perso per strada), formatisi non già sulla West Coast ma più prosaicamente in quel di Bolzaneto tra case popolari e la raffineria di Garrone, i tre autori hanno trasposto in musica e parole, speranze, solitudini, slanci ed emozioni della loro gioventù, realizzando un disco genuino, diretto, personale. E poco importa se la produzione è artigianale, se i testi incappano in qualche ingenuità di troppo e se l’interpretazione vocale non va esente da talune lacune timbriche: “Fotografia- come sottolinea Walter, voce alla Ivano Fossati e anima più scura e intimista del trio - che fissa un momento della nostra vita” (e le foto più autentiche, si sa, risultano spesso un po’ mosse e sfocate), il disco nasce dall’esigenza di esprimersi e comunicare, tirando fuori «cose intime e pubbliche - a parlare ora è Bruno- che mai riusciresti a due in un discorso e che ti aiutano a reagire alle vicende della vita» Tre decenni sono passati, quegli adolescenti ora sono uomini maturi ma le loro canzoni in bottiglia sembrano essersi conservate in perfetto stato: “Quello che ci ha colpiti - confermano all’unisono - è l’attualità dei nostri testi, segno che molti problemi sono sempre gli stessi e che la fatica di vivere non muta”.

Chitarre e armonica alla Neil Young e alla Bruce Springsteen aprono l’album, con Dell’America, graffiante ballata sulla realtà americana (“È il vuoto sotto il grattacielo/è la folle enorme che si muove in silenzio”) e relativi miti di cui tutti noi, poco o tanto, ci siamo nutriti: «Pur avendo rappresentato molto per noi - osserva Bruno, voce nervosa, secca, metropolitana - l’America ha incarnato spesso il mito della fuga, divenendo un modo per distogliere lo sguardo dalla nostra realtà e da chi ci sta attorno». Una demitizzazione suggellata in coda al pezzo dall’inno americano, stravolto e lacerato dalla chitarra di Jimi Hendrix nella mitica esecuzione di Woodstock.

Anni difficili i tardi Settanta, anzi plumbei e cupi: il ’77, gli autonomi, le P38, quella Renault rossa in via Caetani, la rabbia e la violenza, la paura e la solitudine. Un clima pesante di cui si avvertono tracce in semplici flash (“Ed il cielo è di piombo”) e rimasto ben vivo nel ricordo di Bruno, all’epoca delegato sindacale: “Un giorno, in piazza Caricamento, fui avvicinato da un membro di Potere Operaio che, senza tanti giri di parole, mi invitò a diventare un fiancheggiatore delle BR. Sono stati anni in cui si è invecchiati di colpo». Anni di ordinaria desolazione urbana, cantata dallo stesso Bruno in “Domenica stop”, lento da accendini e momento tra i più intensi dell’album: giorni tristi e sempre uguali (“La sera è finita/ la domenica è andata/la gente è sparita”), asfittiche vite oppresse in prigioni mentali” che sfilano via, consumandosi tra apatia e solitudine, egoismi e stanche parole (“Si parla, si parla/si parla troppo senza cuore”), perché il vuoto dentro spaventa davvero. Ma forse sperare è ancora possibile, se è vero che qualcuno sta cantando al mondo, “al cielo, al vento/alla voglia di lottare ancora”.

E se è a Genova che hai messo radici, “posto assurdo dove vivo il mio contrasto/fra la montagna e il mio cuore più vasto”, il segreto, ci svela Walter in “Venezia e”, consiste proprio nel non farsi schiacciare da ciò che sembra incombere, volgendo invece lo sguardo verso l’immensità del mare, capace di aprirci a nuovi orizzonti e incontri. Una suadente e mesta bossa nova culla i rapidi schizzi tracciati da Walter in “Storie”, partecipe riflessione su quanto fragile e casuale sia una condizione umana solita frantumarsi e ricomporsi “in sottili esistenze/in ricordi sfumati/in passaggi di cuore/in abbracci mentali/in ricordi d’amore”. Ora teneri, ora taglienti, perché in “Lettera da una caserma’’ (c’era una volta la naja…)“ i ricordi sembrano coltelli” e “le ferite sgorgan litri di parole”. Un cantilenante sogno di speranza è “Isole lontane”, avvolgente mantra con Bruno a ribadire più volte un quanto mai attuale (il testo, ricordiamolo, è del 1979) “scappare dalla guerra”, mentre viaggia su ritmi rockeggianti “Il lungo treno lento” (è un caso che l’anno prima, il 1979, Dylan avesse sfornato “Slow train coming”?), dove la periferia“è già un grande fantasma” e spenti individui si ammassano, simili a “burattini che girano/e che sembrano umani”. Ai figli sono dedicate “Noi” e “Un altro miglio”, uniche due canzoni composte nel 2005, alla persona amata “Il sole per gli sciocchi“, canzone d’amore sui generis - avete presente “C’é solo la strada” di Giorgio Gaber? - interpretata da Matteo Merli, alter ego di Franca Lai.